Ci sono aziende agricole che raccontano una parte di territorio semplicemente attraverso i propri prodotti. E poi ci sono quelle che, nel tempo, finiscono per diventare una parte del territorio stesso, divenendone ambasciatori anche fuori confine. È il caso di Tenuta Sant’Isidoro, a Tarquinia, realtà nata alla fine degli anni trenta lungo la costa dell’Etruria viterbese e oggi gestita dalla famiglia Palombi, arrivata alla terza generazione. Un’azienda che nel corso dei decenni ha cambiato pelle diverse volte, seguendo l’evoluzione dell’agricoltura italiana senza mai perdere il legame con la terra.
La storia comincia negli anni Quaranta, grazie al nonno dell’attuale famiglia proprietaria. Sono gli anni della bonifica e della trasformazione della campagna: il paesaggio tra Tarquinia e il mare è ancora scarsamente popolato, con pochi casali e un’agricoltura tutta da sviluppare.

Da allora l’azienda cresce fino a raggiungere una superficie di oltre 800 ettari, dimensione che ancora oggi ne definisce il carattere. Non una semplice cantina, dunque, ma una grande azienda agricola dove convivono colture estensive, allevamento, frutticoltura, orticoltura e viticoltura.
Tenuta Sant’Isidoro: dall’uva da tavola alla frutta
Nei primi decenni l’uva rappresenta una componente importante dell’attività, soprattutto quella da tavola. È un’agricoltura ancora fortemente legata al lavoro manuale, capace però di guardare già oltre i confini locali. Successivamente Sant’Isidoro sviluppa in maniera importante il comparto frutticolo e ortofrutticolo. I terreni vicini al mare si prestano alle coltivazioni intensive e l’azienda arriva a contare oltre 150 ettari di frutteti, tra pesche, susine e altre varietà, Poi, a partire dagli anni Ottanta, lo scenario cambia ed è proprio in questa fase che la viticoltura assume progressivamente un ruolo centrale.
La svolta del vino
Il vino, in realtà, è sempre stato prodotto a Sant’Isidoro. Per decenni si tratta soprattutto di vino sfuso destinato alla vendita diretta. Ma negli anni novanta arriva la decisione destinata a cambiare profondamente il volto dell’azienda: trasformare la produzione vitivinicola e puntare sulla bottiglia.

La svolta nasce anche dal confronto con Riccardo Cotarella, enologo di fama internazionale e figura da sempre vicina alla famiglia. L’idea è quella di verificare se Tarquinia, con il suo particolare ambiente pedoclimatico, possa esprimere vini di qualità capaci di confrontarsi con realtà più affermate. La risposta arriva attraverso un importante progetto di rinnovamento dei vigneti. Tra il 1997 e il 1999 vengono piantati quasi 50 ettari di nuove vigne, privilegiando le zone collinari del territorio comunale e terreni in asciutto. Parallelamente la cantina viene completamente ripensata: le vecchie vasche in cemento lasciano spazio a tecnologie più moderne per fermentazione, conservazione e affinamento. È l’inizio di una nuova identità aziendale: non più soltanto uva e vino sfuso, ma un progetto che punta a seguire l’intero percorso dalla vigna alla bottiglia all’interno della tenuta.
Tenuta Sant’Isidoro: una cantina integrata nel territorio
Uno degli aspetti più caratterizzanti di Sant’Isidoro è proprio questa volontà di mantenere internamente il maggior numero possibile di passaggi produttivi. Le uve provengono dai vigneti aziendali e vengono vinificate e imbottigliate nella cantina della tenuta. È una filosofia che l’azienda stessa indica come uno dei propri principali elementi di garanzia. Nel tempo la gamma si è articolata attraverso vini che cercano di raccontare Tarquinia attraverso varietà locali e internazionali.
Tra le etichette più rappresentative c’è Corithus, nato dall’unione di Sangiovese, Montepulciano e Merlot: un rosso strutturato, dai profumi di frutti rossi, note balsamiche e speziate. Forca di Palma, invece, rappresenta la componente bianca e nasce nel 2002 dall’incontro tra Chardonnay e Trebbiano Toscano. È un vino in cui la componente marina diventa parte del racconto, con la brezza del litorale che contribuisce alla sensazione di sapidità.

C’è poi Larth, blend di Sangiovese, Montepulciano e Cesanese, concepito come vino più immediato e gastronomico, mentre Soremidio rappresenta la versione più ambiziosa e strutturata della produzione aziendale: un rosso che affronta l’affinamento in rovere francese e che necessita di tempo per esprimere pienamente il proprio carattere. La produzione comprende anche Soraluisa, Pinot Bianco lavorato con basse rese e macerazione a freddo, e Sant’Isidoro, uno spumante Brut ottenuto da Pinot Bianco e Chardonnay con presa di spuma in autoclave. Completano la gamma Tatia, bianco a base di Trebbiano Toscano e Malvasia del Lazio, e Terzolo, nato dall’incontro tra Cabernet Sauvignon e Merlot, dove varietà internazionali vengono interpretate attraverso il paesaggio del territorio.
Tenuta Sant’Isidoro oltre il vino
La peculiarità di Sant’Isidoro resta comunque quella di essere prima di tutto una grande azienda agricola. Accanto alle vigne continuano a vivere le colture estensive e soprattutto le produzioni ortofrutticole. Oggi i frutteti occupano ancora decine di ettari e comprendono, tra gli altri, meli, pesche, susine e albicocche, mentre con l’autunno e l’inverno cambiano ovviamente le produzioni, con zucche e cavolfiori a scandire il passaggio delle stagioni. È forse questo il tratto più interessante di Sant’Isidoro: il vino non nasce come elemento isolato, ma come parte di un ecosistema agricolo molto più ampio. Nella terra culla degli Etruschi, una grande azienda agricola a conduzione famigliare che guarda al futuro, con radici ben piantate nella sua storia.