Monterotondo, a pochi minuti dal casello di Roma Nord, percorrendo l’antica via Salaria, si arriva a un indirizzo che potrebbe sfuggire all’occhio dei meno attenti, ma che vale assolutamente una sosta. Un indirizzo che affaccia sulla strada, un’insegna che devi conoscere o di cui ti devi accorgere. Un rifugio del buon cibo silenzioso e discreto da fuori, ma che si anima in tutta la sua vivacità dentro.
Siamo alla Trattoria della Fortuna, locale da oltre 80 anni di storia nato come osteria, luogo di ritrovo mattutino dei cacciatori della zona prima delle loro battute.
Una locanda, in cui inizialmente si servivano panini e vino, che nei decenni e attraverso 3 generazioni della stessa famiglia si è evoluta sino a diventare oggi, nel suo genere, uno degli indirizzi più interessanti della zona. Una trattoria old school, nell’ambiente e negli arredi, ma gestita e presentata con presupposti e canoni contemporanei.

Merito di Francesca Gervasi, giovane donna che incarna perfettamente l’ideale di “cuoca” e non di chef, sebbene sia di fatto a comando della cucina. Francesca realizza una cucina viva, materica, solida e di sostanza, che bada all’estetica il giusto necessario ma che punta soprattutto alla sostanza. E in un periodo in cui si sente parlare spesso di chef che antepongono la loro figura a quella del cliente, di chi invece di cucinare e far star bene chi è a tavola si erge a maestro, educatore (non si sa bene di cosa, poi) o presunta guida, è una panacea scoprire invece cuochi che rimangono al servizio degli ospiti. Fedeli al loro mestiere e alla storia di esso.
Cosa si mangia alla Trattoria della Fortuna
La particolarità di Trattoria della Fortuna? Oltre al fatto di essere aperti praticamente sempre a pranzo, con l’unico servizio serale al venerdì, e a una conduzione a tinte femminili, la proposta di cucina che abbraccia tutta Italia. Da Nord a Sud, dalle Alpi alla Sicilia. Francesca, infatti, spinta più dalla sua grande passione per la cucina che da esperienze in ristoranti dello Stivale (la formazione sul campo, dopo l’alberghiero, in vari ristoranti di Roma anche gourmet) ha scelto di dare questa impostazione al suo menu. Una carta precisa, non dispersiva, ma con proposte che uscissero dalla romanità o dalla gastronomia laziale in generale per darsi un respiro più ampio. E per distinguersi anche dall’offerta media dei locali del territorio. Una mossa che si è rivelata vincente, perché supportata da studio, ricerca e talento ai fornelli.

L’aspetto estetico della tavola contribuisce a immergersi ancor di più in questo salto temporale che ci riporta alle osterie di un tempo. Copri tavolino, tovaglia bianca, bicchieri tutti diversi l’uno dall’altro, piatti e ceramiche d’antan. Anche le sedie, in legno con la seduta in paglia intrecciata, ci calano ancor più nell’atmosfera. A completare il resto ci pensano le ricette preparate da Simona.
Immancabili, ovviamente, i grandi classici della cucina territoriale. Dalla amatriciana alla carbonara, passando per la gricia, ma il focus dell’ospite viene invitato a spostarsi altrove, verso piatti regionali che rappresentino quanto più possibile il nostro Paese. Con qualche incursione anche estera. Ecco quindi che troviamo formaggi del trentino, una reinterpretazione ghiotta e soddisfacente del tramezzino veneziano con prosciutto cotto affumicato, carciofini e stracchino orobico, oppure l’involtino primavera ripieno di verdure. Nota di merito, tra gli antipasti, alla crocchetta fritta ripiena di pollo e peperoni, altro omaggio “personalizzato” alla romanità estiva.

Dalla grande passione di Francesca per la pasta fresca ripiena nascono i tortellini alle tre mortadelle, su crema di pecorino e polvere di rapa rossa. Ma anche gli agnolotti del plin ripieni di pappa al pomodoro, o i tortellini alla norma su crema di melanzane. o ancora le tagliatelle al friggione emiliano con animelle. Tra i secondi spicca la lingua di manzo cotta a bassa temperatura e accompagna da 3 salse: tonnata, alioli e verde. Arrosto di vitella, e falsomagro sono omaggi alla tradizione “carnivora” italiana, da citare anche il vitello tonnato alla piemontese e gli spiedini di milza con limone, mele e pecorino.
Bella e strutturata la carta dei vini: anche qui si viaggia per l’Italia, ma si va anche all’estero (specialmente in Francia) con bollicine alsaziane e Champagne.
Trattoria della Fortuna, un locale in cui fermarsi

La sensazione che rimane a fine pranzo è quella di una mangiata soddisfacente, originale, in un locale che per estetica e ambiente ricorda le case di una volta. In cui gli elementi di design sono sostituiti da grandi credenze in legno e foto storiche di famiglia alle pareti, in cui i piatti dall’estetica contemporanea lasciano spazio a stoviglie del tipo che usavano le nonne, ai pranzi della domenica.
In cui non appare il termine degustazione o gourmet, ma dove il buon cibo è il mezzo attraverso il quale si vuol far star bene il cliente, e non il fine ultimo dello chef per comunicare la sua filosofia o storia. Ce ne fossero tanti, di locali così.